venerdì 30 settembre 2011

Ilaria

Se la follia potesse avere un nome, si chiamerebbe sicuramente "Ilaria".
Tutti i giorni ci capita di incrociare sguardi. Almeno una volta a settimana incroci lo sguardo di una persona che ti intriga, con la quale vorresti un'avventura, o magari portare fuori a cena. Nell'arco di un anno ti capita addirittura di desiderare determinati sguardi, quelli che non hai mai trovato, quelli che non ci sono più, e quelli che non sai decifrare.
Eppure soltanto una volta nella vita ti capita di restare lì con la bocca chiusa e parlare per ore nel giro di qualche istante.
Sono più o meno quattro anni che conosco Ilaria, conoscenza figlia dei tempi delle chat stile speed-dating, che a distanza di anni anche se per inerzia continua a durare. Nell'arco di un solo appuntamento durato cinquanta minuti ci siamo detti tutto quello che poteva esserci da dire per raccontarsi, praticamente parlando due minuti. Lei se ne stava seduta su quella panchina a pranzare velocemente, quasi come se volesse rubare al tempo, con lo sguardo che ballava sulla linea che separa i termini "studiare" e "annoiarsi", con due occhi decisamente indecifrabili.
Teneva stretto a sé il suo diario appena comprato, come se dentro ci fosse già scritta tutta la sua vita, più di quanto non fosse scritta dentro di lei; ho buttato almeno tre anni a giocare a provarci in maniera ambigua, sfiorando il confine della stupidità senza mai fare sul serio, un po' per paura di non poter arrivare al traguardo, un po' per convinzione che fosse tutto inutile, un po' perché immaturo per non avere paura di quello che mi aspetta: è stato come voler esprimere matematicamente la bellezza di un dipinto, decisamente un disastro. Che cosa stupida.
Intanto nonostante il tempo passi, e aspetto quei mille caffè che ogni tanto ci si promette di conversazione in conversazione, continuo a non arrendermi cercando mille modi per costruire un ponte e collegare le due rive del fiume. Le ho scritto lettere, canzoni, l'ho invitata fuori, l'ho ascoltata in radio, inviato messaggi, qualche chiamata qua e là... Insomma non posso dire di aver mai lasciato perdere, e tuttora insisto.
È un rebus veramente complicato. L'atteggiamento e la gentilezza della ragazza della porta accanto, la sfacciataggine di chi non ha mai perso, la presunzione del sorriso che crede di nascondere tutto quello che c'è dietro, la calma delle sue parole; tutto questo usando sempre discorsi ambigui, senza mai entrare nel merito di una discussione: è uno di quei cruciverba dove devi inserire anche il quadratino nero. Quando sei lì a parlare con lei parti da meno di zero, devi solo sperare di non perderti tra le righe. È l'inganno più bello che mi potesse capitare, è il mistero che la circonda a rendere il suo campo gravitazionale estremamente esteso, e purtroppo sono in orbita e continuo a girare.
Mi è capitato di chiedermi cosa non darei per poter essere meno curioso talvolta, e non so quante volte io abbia sperato di sbagliarmi o di disilludermi, ma ne sono dipendente e anche quando ti sei disintossicato puntualmente ci ricadi prima o dopo. È una di quelle situazioni attraverso le quali riesci a tastare sempre il tuo livello di ridicolezza ogniqualvolta arrivi a non avere altro da fare che dirle tutto e non lo fai.
Grazie a Dio però le terre che ho avuto il piacere di visitare, le persone che ho avuto modo di conoscere, e le persone che ho perso, mi hanno reso consapevole che c'è sempre un modo per arrivare a tutto, e l'alternativa te la crei tu così come tu da solo crei il problema. Quando non ti resta niente da perdere, è proprio in quel momento che sei in vantaggio rispetto al resto del mondo, e nonostante io non abbia più niente da perdere non riesco a capire come diavolo faccia lei a vincere sempre.

lunedì 13 dicembre 2010

Il Jazz cosmico

Mi capita spesso di alzare la testa verso il cielo ultimamente.
Peccato che nelle metropoli sia difficile vedere le stelle.
Un vero peccato non poterne osservare la loro forza, la loro luminosità, una continua esplosione di energie e luci, un dannato spettacolo.
Miliardi, forse un'infinità, di modi diversi di esprimere la loro personalità.
Forse è vero, di queste stelle siamo un po' i figli, vista la grande somiglianza che ci accomuna. C'è chi ha tanto, e della propria energia ne fa il benestare di altre, e chi invece, della sua vita ne fa un giro solitario tra gas e piccoli frammenti.
Proprio come succede alle persone quando un'altra va via, allo stesso modo, le piccole stelle che girano attorno a quelle più grandi, finiscono per essere ingoiati dal grande spettacolo finale, dall'ultima esplosione, da quell'evento che inevitabilmente ne cambierà il resto di un'eventuale esistenza.
Oltretutto, allo stesso modo in cui le persone vengono abbandonate, anche le piccole stelle, quando quella più grande decide di morire in modo indolore, le altre muoiono di solitudine, inghiottite non da quell'energia che le avrebbe avvolte per il resto dell'esistenza, ma dal gelo cosmico più totale, quello che ti prende dentro e fuori e non ti lascia via d'uscita, un freddo che viene marchiato a fuoco nel nucleo.
È come morire mentre un malinconico jazz ricalca l'agonia del tempo: non è affatto un sapore amaro, non hai motivo per disprezzare quello che ti sta succedendo. Non c'è motivo per maledire quello che quella stella ha deciso per te, ha semplicemente deciso di morire sospirando, i suoi giorni erano finiti, in un modo o nell'altro doveva andarsene, ha semplicemente pensato che ci sarebbe stata un'altra stella a prendersi cura delle più piccole, ma non è così.
Nè mai lo sarà.
Magari da qualche altra parte esiste una stella che sarebbe felice per ciò che ha fatto, o arriverebbe a ripudiarla, resta il fatto che da sola affronterà il freddo di un universo che a volte sembra essere cattivo quando ti senti troppo piccolo. Non ti resta che andare via, da qualche parte c'è qualcuno che aspetta per te.
Non ti resta che dirgli "Bye bye, Blackbird".

venerdì 27 agosto 2010

L'aeroplano

La vita è cambiata negli ultimi tempi, ho deciso di darmi una mossa.
Mi sono iscritto all’università, la passione per la velocità e le automobili mi ha spinto verso l’ingegneria meccanica, dico di volerlo fare dalle elementari, il momento è arrivato. Intanto lavoro in un negozio di dischi: mi pagano giusto i soldi per permettermi di sostenere le tasse universitarie, un lavoro da poche ore al giorno, giusto il tempo di riordinare alfabeticamente gli scaffali. Un paradiso per gli amanti della musica come me.
Mi sono anche concesso il lusso di viaggiare un bel po’. Per motivi economici la mia famiglia non si è mai spostata più di tanto, ho intenzione di vivere il mondo, polverizzare i confini che fino ad ora mi hanno tenuto in gabbia. Il volo che mi aspetta però, è di ben altro tipo, quelli che speri non arrivino mai. Sto per spostarmi per una settimana a Londra, qui a Napoli non c’è più niente per cui valga la pena restare, quindi sto ponderando di cambiare radicalmente la mia vita, di punto in bianco, proprio come farebbero quegli scappati di casa che si vedono nei film americani: niente soldi, niente bagagli, niente di niente; solo una voglia matta di scappare, un pacchetto di Marlboro rosse morbide ed un biglietto di sola andata verso il nulla.
L’aereo continua a tardare, sono ore che me ne resto ormai qui seduto ad osservare la pista, e malgrado tutto, né sono stanco, né riesco a smettere di guardare questo posto dove sembra che ci siano vite intercambiabili. Un depresso che fa il check-in per trovare gloria e morte altrove, una persona fiera di sé e dall’aria felice che solca le scale mobili degli arrivi. Manco fossero figurine delle metropoli, sembrano tutti parte di un grande album, non riesci a trovare doppioni.
In questo posto tutto è così veloce che se guardo fuori sembra ci sia un’altra realtà temporale, un po’ come vedere un deserto al polo nord; come se James Brown, pace all’anima sua, duettasse con Marylin Manson: assurdo. L’unica cosa che riesce a distogliere e allo stesso tempo a catturare la mia attenzione è l’accostamento, abbastanza efficace direi, di colori che una signora ha azzardato con i suoi vestiti. È una di quelle signore sulla quarantina che spesso incontri nelle palestre: italiano senza nessuna cadenza dialettica, voce profonda e sottile, sguardo malizioso, carriera esemplare, fisico sinuoso, lineamenti estremamente maturi, espressioni accattivanti anche se devono solo chiederti dov’è il bagno, giusto per vedersi sbavare dietro da qualche ragazzino. Questa donna però ha qualcosa di diverso, non è niente di tutto ciò che solitamente ti aspetti in situazioni del genere. Quelle movenze sono tutt’altro che ammalianti, oserei definirle timide, un corpo degno della regina delle pin-up e quelle mani con le pelli mangiucchiate che provano a sistemare nevroticamente le parole che in preda al panico volano a destra e a sinistra; ma la cosa che più di qualsiasi discorso mi ha parlato di lei è stato il suo sguardo.
Quegli occhi verde acceso che perdono saturazione mano a mano che le sopracciglia si incurvano, quasi a volerli abbracciare.. Quella conversazione che sta avendo al telefono deve averle tolto almeno tre, se non quattro anni di vita! Due pupille troppo familiari per non collegarle subito al cartoncino corrispondente, tipo Memory: la mia ex.
La più costante espressione della finta sicurezza di essere che possa esistere sulla terra, ecco, quelli erano i suoi occhi; occhi della tigre per tutti, occhi di chi ha tanto da dare e poco da dire per me. In realtà non riesco a trovare una scusa plausibile quando gli altri mi domandano il perché della nostra separazione; alla fine eravamo così legati nell’anima che quando ci siamo sentiti una cosa sola non sapevamo più chi diavolo fossimo. Però è così forte quell’alchimia che non ti va mai di arrenderti. È un po’ come quando guardi i giocattoli e non ti va di buttarli, perché sai che ognuno di loro ha un suo perché, ognuno di loro si porta con sé una storia; allo stesso modo non ti scende giù di buttare nel baule giorni e giorni di vita che ti hanno reso quello che sei, ed è così che inizia l’effetto domino sugli anni della vita: ogni giorno abbatti quello successivo provando a sbirciare dalla serratura cosa ti offrirà.
Però le scelte sono un po’ come le scommesse alla Snai, spesso nessuno ti appoggia, ti prendono addirittura per pazzo e rimangono affascinati se giochi nonostante la tua quota sia alle stelle, ed è proprio quando sei lì da solo a combattere per qualcosa di tuo che non ti resta nient’altro se non te stesso. Allora ti accorgerai che tu sei il tuo migliore amico.
Un’altra ora è andata via, l’orologio con quel suo dannatissimo allarme che scatta ad ogni ora che passa mi ha quasi spaventato, ho sporcato le mie Nike nuove per colpa di questo aggeggio diabolico. “Poco male” direbbero tanti, le nuove mode impongono l’uso di vecchi vestiti, consumati dal tempo: più sono sporchi più il capo è affascinante... Anche no! Mi sono costate un mese barricato in casa, quasi non ricordavo più come fosse il sole, non vedo perché dovrei essere felice per una disgrazia del genere.
Ricordo che prima che la mia ex mi bacchettasse per il mio modo sciatto di vestire, non mi importava niente di cosa indossassi. Le prime volte che ci vedevamo ricordo che furono le prime volte nelle quali provai a perdere più di ventidue secondi guardando le interiora del mio armadio; per fortuna ho sempre avuto buon gusto in queste cose, ho sempre fatto la mia degna figura. Poi iniziarono comunque ad arrivare le tute, ma mi sentivo altrettanto fiero dei miei progressi.
Certe volte è spaventoso osservare come ogni dettaglio del mondo mi riporti alla mente la mia ex, tant’è che a volte mi capita di prendere il cellulare e di chiamarla, salvo poi riprendere coscienza e combattere col cellulare che non riattacca la chiamata. Non è mai stata negli standard come storia, sarà per questo che sono sempre stato pazzo di lei. Non c’erano nomignoli che feriscono la dignità dell’essere umano, li ho sempre odiati; niente scenate di gelosia, niente musi lunghi, solo vendette degne dei peggiori serial killer; nessuna giornata intera passata al cellulare, niente robe da denuncia per invasione della privacy tipo leggere i messaggi o scambiarsi le password dei propri account di posta. Insomma, roba rara visti i tempi che corrono.
L’ho sempre chiamata “la formica”, e non per dirle che fosse insignificante, anzi. Vederla così piccola, quasi da far tenerezza, e allo stesso tempo così determinata, forte e possessiva ha fatto si che ai miei occhi sia diventata come un’istantanea appuntata nella testa: sono passati mesi eppure ricordo tutto come se fosse oggi.
Lo speaker annuncia la partenza del mio volo, ma non lo prendo, vado via. È aspettandosi qualcosa dal futuro mentre si scappa, mentre la vita ti vive, che diventi povero dentro. Grazie a lei mi sento ricco.

Post-it

È passato un bel po’ dall’ultima volta che ho guardato dall’altra parte dello specchio. Probabilmente in questo arco di tempo la vita e le sue stupide lezioni mi hanno portato via gli ultimi sorrisi che avevo, lasciandomi qua senza un dente in bocca da mostrare per il quale valga la pena accennare un sorriso.
Sai com’è, magari aspetti la maggiore età perché vorresti l’indipendenza, vorresti il mondo come comoda navicella per girovagare nell’universo, intanto però il giorno dopo sono già arrivati i diciannove, e resti lì come un coglione a dirti: << Eh!? Dove sono gli altri trecentosessantaquattro giorni?! >>.
Nel frattempo giri nella stanza e diecimila post-it sul muro la colorano. Una vita pigra, così pigra che mentre gli altri ti lasciano a morire per disperazione tu non hai nemmeno la forza di chiedergli di aspettare.
Sai che passerà, o forse no, ma ci vuoi credere fermamente.
Sai che fa male, o forse no, ma fai finta di essere felice di vivere l’abbandono.
Sai che tornerà, o forse no, ma inizi a capire che devi obbligatoriamente fare qualcosa.
Hai perso tutto: sai che è passato, ti fa male e che non tornerà più niente di tutto ciò che hai lasciato andare...

mercoledì 24 giugno 2009

Satisfaction

É tutto il giorno che vago per strada. Probabilmente mia madre si starà ancora chiedendo che fine io abbia fatto, anche se sa, per sua sfortuna, che tornerò presto o tardi.
Ho smesso di farmi paranoie sul sogno fatto la notte scorsa, sarà stato l'ennesimo scherzo delle droghe leggere, dovrei smetterla, nonostante ciò mi riporti bruscamente a contatto con la realtà. Non sento la mia ragazza da un paio di giorni, entrambi troppo nervosi e stanchi di discussioni, che nel bene o nel male recidono, a poco a poco, questa relazione, che dopo ogni taglio allarga sempre di più il pozzo di sangue nel quale mi sono immerso. É in questi casi che mi sento una donna anche io, quando ho i miei consueti "mood swing", quando sono particolarmente sensibile ad ogni pseudoforma di pensiero e quando la mia concentrazione va a farsi fottere. Aggiungendoci che cerco disperatamente lavoro, altrimenti la mia prossima estate farà la fine della mia concentrazione, e sarai quindi pronto a ricevere il quadro completo di quella che è diventata la mia vita nelle ultime settimane. La scuola è in pausa, si avvicina il natale, non ho più scuse dietro le quali celare la mia insaziabile voglia di oziare. Sono pigro purtroppo, ma non me ne faccio una colpa, le persone sono più attente ad osservare quanto sia paziente e meticoloso in tutto ciò che faccio, stupiti dal fatto che loro non riescano a gestire gli impulsi come faccio io, l'invidia le trattiene dal giudicare.
Avrei dovuto presenziare ad un colloquio di lavoro per un cinema in questo istante, sicuro di guadagnare venticinque euro per ogni giorno lavorativo, senza il minimo sforzo, mi basta stampare e staccare biglietti: non fa per me. Tiro una lunga riga su questa voce, e scendo più in basso, sperando che la lista fatta da me, riservi al mio alter ego qualcosa di interessante. Perdo tempo a leggere annunci inutili, perdo tempo seduto qui al tavolino di un bar, siamo io e il mio caffè, non so chi dei due a quest'ora sia più amaro, visto che queste giornate continuano a riservarmi delusioni. Vago tra le pagine di giornale, alla ricerca di annunci interessanti che possano fare al caso mio, passano i minuti, il caffè sta gelando, ma non importa. Alzo la testa, guardo il mare ed ho trovato il lavoro che fa per me, ovviamente non sulle pagine di un giornale, sarei stato troppo scontato.
Tutto ad un tratto mi sento euforico, neanche il triste e romantico scenario della città innevata riesce ad arginare i fiumi di negatività, che pian piano vengono espulsi dal mio corpo. Saluto il cattivo Karma, e saluto anche mio padre al cellulare, dicendogli che per i mesi estivi lavorerò con lui, niente di speciale, ma l'idea di avere un contatto con mio padre che non sia quello formale delle poche ore che passa a casa, mi alletta e non poco.
Non sono mai stato un asso nel mostrare affetto, specialmente ai miei genitori, mi è sempre venuto difficile. É sempre stato come avere il sole e la luna, ma mai nessuno che mi insegnasse a vivere sulla terra. Mio padre è sempre stato troppo occupato a guadagnarsi la pagnotta, della quale ha sempre dato tutto a noi, per potersi cimentare nell'essere un padre premuroso e presente. Nei ricordi che ho della mia infanzia, non è quasi mai presente, se non nelle rimembranze di vecchie feste natalizie insieme alla mia famiglia e parenti vari. Non ricordo nemmeno una volta in questi diciotto anni di vita, dove sono stato gratificato dal mio vecchio. Eppure in teoria ti serve un uomo, per poter diventare uomo a tua volta, ma stranamente per me non è stato così. Ho sempre vissuto in mezzo alle donne, Dio solo sa spiegarsi come mai io non sia passato alla sponda opposta, ma sta di fatto che forse vivere da perenne separato in casa con mio padre, mi è servito per crescere, a squadrarmi le palle.
Nonostante questo, il tempo passa, il sole sta per abbracciare il mare, la città cambia volto. Forse è meglio rientrare, mia madre probabilmente ha già chiamato la polizia dandomi per disperso, vista la sua morbosità per il primogenito. Dopo un pomeriggio così preferirei non incontrare nessuno. Nessuno che mi chieda come vanno le cose, perchè oggettivamente le suddette vanno di merda, non posso quindi permettermi di indossare la solita maschera e urlare al mondo che è bello e saturo di soddisfazioni. Corro così in metro, sguardo basso e passo veloce, mi perdo tra la folla in preda al consumismo natalizio, ansioso di tornare a casa, stendermi pancia all'aria su quel tappeto, fissare il soffitto ascoltando musica insoddisfatto, per l'ennesima volta, di me stesso.

martedì 24 febbraio 2009

Buongiorno

Un campo deserto, tutto è ricoperto di bianco, non so se a fioccare sia la neve o è la cenere per l'aria che i miei pensieri bruciano. Non troppo distante intravedo una sagoma, c'è qualcuno che è lì fermo a fissarmi, non riesco a distinguerne il sesso, nè tantomeno qualche particolare che mi avrebbe permesso di riconoscerlo in futuro, so solo che per quanto provassi a raggiungere quella figura, ogni sforzo risulta vano. Ogni passo in avanti mi allontana da quest'ultima, e ripensandoci, non so neanche cosa sia che mi spinga a correre sempre con più foga verso questa persona, quasi come fosse un istinto primordiale.
Lentamente tutto incomincia a diventare scuro, sfocato, quasi irriconoscibile: apro gli occhi, era tutto un sogno. Distrattamente mi guardo attorno, tutto è come prima che andassi a dormire: i poster ricoprono ogni parete, neanche ricordo di che colore siano le mura della mia stanza, la scrivania è sempre incasinata tra disegni, appunti e libri, i vestiti smessi poggiati sempre su quella sedia e l'odore del profumo usato la sera prima che infesta la stanza. Lo sguardo però, si sofferma sulla finestra, i colori dei palazzi non erano nè quelli tipici di quando piove, nè tantomeno quelli di una giornata di sole: nevica.. Anche in questo inferno nevica? Nella confusione più totale cerco le ciabatte, l'unica cosa che voglio è prendere un caffè e riprendere il controllo, l'immagine di quella sagoma nella foschia mi tormenta e sono passati solamente pochi istanti dal mio risveglio. Trovo i cereali ma non ha lo stesso esito la ricerca del latte e del caffè, abbattuto in partenza quindi lascio stare, è il tipico inizio di giornata che precede un finale catastrofico. Fa particolarmente freddo stamattina, l'aria è così fredda che la puoi sentire tra le mani, per fortuna però, oggi non c'è nessuna ricorrenza, nessun San Valentino che mi possa smuovere dalla mia tana.
Armato degli avanzi di pizza della notte prima, mi dirigo verso la finestra. La pupilla si restringe, tutto è più luminoso, il riflesso dei palazzi è accecante. Questa volta non posso confondermi con la cenere, la neve ha ricoperto la città, una metropoli sulla quale l'unica cosa che è sempre caduta è la pioggia acida. Rimango incantato dalla suggestività della visione, un'esplosione d'immaginazione in pieno giorno, non mi era mai accaduto prima d'ora, anche perchè di solito all'alba sei sempre troppo preoccupato a riprenderti dalla sbronza, oppure a mettere il collirio negli occhi per provare ad attenuare i segni di quei tanti, troppi spinelli per un giovane che nella vita recita la parte del responsabile. Tutto mi riporta al mio sogno, cercando di capire quale dettaglio della giornata precedente mi avesse portato a fare un sogno del genere, e come prevedibile, la prima idea che mi giunge in analisi, è quella dell'incontro con lei. Sarà che la crudeltà con la quale sono riuscito a liquidarla, con la quale le ho buttato in faccia tutto ciò che come uno tsunami mi aveva travolto fino a quel momento, mi ha segnato con un senso di colpa. Sarà che di stare lì a parlare con lei di qualcosa che non sono riuscito a contestualizzare nel tempo, non me ne fregava un cazzo. Sarà che adesso che gli occhi sono aperti, mi rendo conto dello schifo che è stato un rapporto di qualche mese, senza nè passione, nè tantomeno serenità, in mezzo ad un vortice di problemi che si muoveva perennemente intorno a me. Non riesco tutt'ora a capire il perchè mi abbia chiesto di vederci, non aveva niente di nuovo da dirmi, tutto un deja vù, tutto già sentito troppe volte, tante da farmi perdere per la prima volta la stima ed il rispetto per una persona.
<< Ciao Da', ho parlato con una persona in questi giorni che mi ha fatto aprire gli occhi, e da quello che mi ha detto, mi sa che ci siamo fraintesi fino a questo punto.. >>.
Magari fosse stato così, non riesco a dare pace a me stesso per non essere riuscito a mantenere una promessa fatta a me stesso. Da quella fredda notte estiva, qualcosa in me si è rotto, qualcosa ha fatto sì che cambiassi.. Saranno stati gli effetti collaterali per essermi ostinato a voler cambiare il mio brutto sogno, senza rendermi conto che tutto stava mutando nel mio incubo più buio. Ma questa è storia, è stupido preoccuparsi per una stella caduta quando nel presente viaggi su orbite che ti tengono lontano da tutto ciò che non sei. Quindi abbandono l'ipotesi, e con l'ipotesi mi abbandona anche la voglia di capire chi fosse quel "qualcuno".
Quel "qualcosa" che mi era rimasto tra le mani, visto che per quanto fosse fredda non era più una pizza, iniziava pian piano a disgustarmi, più della mia ex.
Metto su una felpa, i miei jeans e i miei stivali, è arrivato il tempo di raffreddare un po' questo sangue che inizia a bollire tra queste quattro mura.

domenica 15 febbraio 2009

L'immigrato

Inutile presentarsi, ora che al mondo non si è altro che numeri, visto che sono un comunissimo ragazzo di diciotto anni, che vive dei suoi problemi, delle sue perplessità e delle sue esperienze.
Il tipico adolescente che è convinto di essere un uomo già cresciuto dentro, che ha già capito tutto della vita e vive quel che vive con la sufficienza di un anziano che si accinge a varcare i cancelli dell'Eden. Per gli amici invece sono Davide, un folle che sogna di trasferirsi nella Grande Mela vivendo di musica, spendaccione e con la più brutta malattia che un ragazzo, o uomo che sia, possa avere: le ragazze.
Sono da poco passate le sette del mattino, la nottata è passata abbastanza velocemente, e neanche me ne sono reso conto. Passare la notte con la testa sul cuscino senza chiudere occhio mi fa un brutto effetto, anche se restando lì a fissare il vuoto è come se il bianco del soffitto mi schiarisse le idee. Quella di ieri è stata una giornata particolarmente frenetica, visto che c'era da preparare il San Valentino, tralasciando le prime ore mattutine che se ne vanno in una scuola dove l'ozio è routine. Arrivato il buio a cambiare i colori dei palazzi, è arrivato il buio anche nella mia scatola cranica, cercando qualcuno che mi facesse compagnia mentre nella mia testa c'era un frullatore di pensieri che non mi lasciava pensare manco a dirlo per scherzo. É stato sulla strada del ritorno che ho incontrato un ragazzo di colore, strano, a prima vista sembrava fosse il solito immigrato filippino che porta il cappellino dell'Italia, in cerca di qualcosa da strappare a questa vita che gli ha già rubato tutto. Dopo avermi chiesto alcune indicazioni, mi accorgo che continua ad affiancarmi mentre la bocca si muoveva come se stesse dicendo qualcosa che non riuscivo a seguire leggendo il labbiale, infastidito dal suo alito che sapeva pesantemente di vino e assordato dal mio iPod a tutto volume.
Incuriosito, sposto la mia cuffia destra per provare a sentire cosa avesse da dirmi con tanta frenesia: << É un po' di tempo che ho trovato lavoro alla scuola d'Inglese di piazza Cavour, guadagno bene, sono felice, sono felice! >>, ovviamente ho dovuto parafrasare il tutto, visto che parlava una lingua che mescolava l'Inglese e la sua lingua d'origine all'Italiano. Sembrava non gli importasse di nient altro che del suo lavoro, nonostante l'alcol avesse inibito gran parte delle sue capacità motorie e lo si poteva notare da come non riuscisse a seguire una linea retta camminando, con quelle scarpe di cuoio che ad ogni passo rimbombavano per quei vicoli solitari. A distogliere la mia attenzione da quel ragazzo è stata la vibrazione del telefono, perennemente senza suoneria: comporta troppo stress cercare una canzone che sia in voga, che suoni per farti notare che qualcuno è pronto a buttarti un mondo di problemi addosso. Avevo una vaga idea di chi potesse essere a chiamarmi a quell'ora, ma non essendone sicuro la noia mi aveva già fatto sua preda, quindi con molta calma ho preso il cellulare ed ho controllato quel display che s'illuminava ad intermittenza: era la mia ragazza. Rispondo, cercando di evitare qualsiasi tipo di collegamento al litigio del giorno prima, la voglia di discutere di qualsiasi cosa era praticamente assente dopo aver visto quello sguardo che bruciava dalla gelosia e quel desiderio di possesso che consumava ogni parola che fuoriusciva da quella bocca, la stanchezza fisica assopiva qualsiasi mia abilità di pensiero, per fortuna me la cavo con qualche parola d'affetto ed un saluto veloce. Fondamentalmente conosco Marina da così poco, eppure mi ci sono legato sin dal primo istante, innamorato poco dopo, tanto da lasciarle libero accesso ad ogni cosa che possiedo, cosa che non sono riuscito mai a fare prima d'ora con nessuna, neanche con mia madre.
É stato come se in quell'attimo mi fossi sentito io l'immigrato, che è riuscito a fottere per la prima volta la vita, firmando ogni frame del mio destino partendo da quel punto in poi, facendo di me un artificio di immaginazione e realtà. A volte credo che chi dice che l'età sia solo un dato anagrafico, si trova in errore, perchè in fondo più vivi, più ti rendi conto di quanto possa essere importante una determinata cosa oppure quanto possa essere futile un'altra. Non credo però che per questo motivo si debbano sottovalutare le proprie esperienze, non è detto che un ragazzo di diciotto anni non possa vivere con la stessa profondità un'emozione, un avvenimento, un episodio, tanto quanto viene vissuto da un uomo che inizia ad avere i peli bianchi nella barba.
Mi sento immigrato non solo perchè mi sento felice in un paese di tristi, ma divento tale soprattutto perchè mi sento diverso. Diverso rispetto ad una generazione che pensa solo da che parte schierarsi in un paese che puzza di corruzione e morte, figlia del perbenismo, buonista a livelli catastrofici, se vogliamo parlare di caratteri generali. Generazione che non apprezza più la buona musica, figlia del pop e del suono di plastica, tutti registi di cortometraggi e nessuno che sia in grado di lungimirare per diventare produttore di un colossal, qualcosa che resti impresso ai coetanei ed ugualmente ai posteri, nessuno a cui interessi essere di rito come i film di natale e pasqua, tutti ad inseguire un sogno che ti da tutto e subito e che poi va via sfocando tutto ciò che ti sei lasciato alle spalle.
É buffo come un qualcosa di semplice possa indurti a stoppare per qualche attimo il tuo cammino e poi renderti conto che sei stato fermo da solo come un cretino, a pensare per ore. Al contrario, dopo questa rimembranza, fisso l'orologio e cerco di capire da quanto tempo è che sono lì a rigurgitare gli scarti dei miei pensieri, giusto per dare adito alle mie ipotesi sulla soggettività del tempo, ma mi arrendo presto, meglio lasciar perdere.
"Non mostrare amore, l'amore potrebbe ucciderti", così recitava Adewale Akinnuoye-Agbaje in uno dei tanti film che in questi scorci di vita ho avuto la possibilità di vedere, ma pensandoci, l'amore è l'unica cosa che mi rende umano e mi permette di non essere il robot di tutti i giorni.
La sveglia tuona nel silenzio del mattino, la mia ora d'aria è finita, forse è meglio mettersi a dormire.