Se la follia potesse avere un nome, si chiamerebbe sicuramente "Ilaria".
Tutti i giorni ci capita di incrociare sguardi. Almeno una volta a settimana incroci lo sguardo di una persona che ti intriga, con la quale vorresti un'avventura, o magari portare fuori a cena. Nell'arco di un anno ti capita addirittura di desiderare determinati sguardi, quelli che non hai mai trovato, quelli che non ci sono più, e quelli che non sai decifrare.
Eppure soltanto una volta nella vita ti capita di restare lì con la bocca chiusa e parlare per ore nel giro di qualche istante.
Sono più o meno quattro anni che conosco Ilaria, conoscenza figlia dei tempi delle chat stile speed-dating, che a distanza di anni anche se per inerzia continua a durare. Nell'arco di un solo appuntamento durato cinquanta minuti ci siamo detti tutto quello che poteva esserci da dire per raccontarsi, praticamente parlando due minuti. Lei se ne stava seduta su quella panchina a pranzare velocemente, quasi come se volesse rubare al tempo, con lo sguardo che ballava sulla linea che separa i termini "studiare" e "annoiarsi", con due occhi decisamente indecifrabili.
Teneva stretto a sé il suo diario appena comprato, come se dentro ci fosse già scritta tutta la sua vita, più di quanto non fosse scritta dentro di lei; ho buttato almeno tre anni a giocare a provarci in maniera ambigua, sfiorando il confine della stupidità senza mai fare sul serio, un po' per paura di non poter arrivare al traguardo, un po' per convinzione che fosse tutto inutile, un po' perché immaturo per non avere paura di quello che mi aspetta: è stato come voler esprimere matematicamente la bellezza di un dipinto, decisamente un disastro. Che cosa stupida.
Intanto nonostante il tempo passi, e aspetto quei mille caffè che ogni tanto ci si promette di conversazione in conversazione, continuo a non arrendermi cercando mille modi per costruire un ponte e collegare le due rive del fiume. Le ho scritto lettere, canzoni, l'ho invitata fuori, l'ho ascoltata in radio, inviato messaggi, qualche chiamata qua e là... Insomma non posso dire di aver mai lasciato perdere, e tuttora insisto.
È un rebus veramente complicato. L'atteggiamento e la gentilezza della ragazza della porta accanto, la sfacciataggine di chi non ha mai perso, la presunzione del sorriso che crede di nascondere tutto quello che c'è dietro, la calma delle sue parole; tutto questo usando sempre discorsi ambigui, senza mai entrare nel merito di una discussione: è uno di quei cruciverba dove devi inserire anche il quadratino nero. Quando sei lì a parlare con lei parti da meno di zero, devi solo sperare di non perderti tra le righe. È l'inganno più bello che mi potesse capitare, è il mistero che la circonda a rendere il suo campo gravitazionale estremamente esteso, e purtroppo sono in orbita e continuo a girare.
Mi è capitato di chiedermi cosa non darei per poter essere meno curioso talvolta, e non so quante volte io abbia sperato di sbagliarmi o di disilludermi, ma ne sono dipendente e anche quando ti sei disintossicato puntualmente ci ricadi prima o dopo. È una di quelle situazioni attraverso le quali riesci a tastare sempre il tuo livello di ridicolezza ogniqualvolta arrivi a non avere altro da fare che dirle tutto e non lo fai.
Grazie a Dio però le terre che ho avuto il piacere di visitare, le persone che ho avuto modo di conoscere, e le persone che ho perso, mi hanno reso consapevole che c'è sempre un modo per arrivare a tutto, e l'alternativa te la crei tu così come tu da solo crei il problema. Quando non ti resta niente da perdere, è proprio in quel momento che sei in vantaggio rispetto al resto del mondo, e nonostante io non abbia più niente da perdere non riesco a capire come diavolo faccia lei a vincere sempre.
venerdì 30 settembre 2011
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