La vita è cambiata negli ultimi tempi, ho deciso di darmi una mossa.
Mi sono iscritto all’università, la passione per la velocità e le automobili mi ha spinto verso l’ingegneria meccanica, dico di volerlo fare dalle elementari, il momento è arrivato. Intanto lavoro in un negozio di dischi: mi pagano giusto i soldi per permettermi di sostenere le tasse universitarie, un lavoro da poche ore al giorno, giusto il tempo di riordinare alfabeticamente gli scaffali. Un paradiso per gli amanti della musica come me.
Mi sono anche concesso il lusso di viaggiare un bel po’. Per motivi economici la mia famiglia non si è mai spostata più di tanto, ho intenzione di vivere il mondo, polverizzare i confini che fino ad ora mi hanno tenuto in gabbia. Il volo che mi aspetta però, è di ben altro tipo, quelli che speri non arrivino mai. Sto per spostarmi per una settimana a Londra, qui a Napoli non c’è più niente per cui valga la pena restare, quindi sto ponderando di cambiare radicalmente la mia vita, di punto in bianco, proprio come farebbero quegli scappati di casa che si vedono nei film americani: niente soldi, niente bagagli, niente di niente; solo una voglia matta di scappare, un pacchetto di Marlboro rosse morbide ed un biglietto di sola andata verso il nulla.
L’aereo continua a tardare, sono ore che me ne resto ormai qui seduto ad osservare la pista, e malgrado tutto, né sono stanco, né riesco a smettere di guardare questo posto dove sembra che ci siano vite intercambiabili. Un depresso che fa il check-in per trovare gloria e morte altrove, una persona fiera di sé e dall’aria felice che solca le scale mobili degli arrivi. Manco fossero figurine delle metropoli, sembrano tutti parte di un grande album, non riesci a trovare doppioni.
In questo posto tutto è così veloce che se guardo fuori sembra ci sia un’altra realtà temporale, un po’ come vedere un deserto al polo nord; come se James Brown, pace all’anima sua, duettasse con Marylin Manson: assurdo. L’unica cosa che riesce a distogliere e allo stesso tempo a catturare la mia attenzione è l’accostamento, abbastanza efficace direi, di colori che una signora ha azzardato con i suoi vestiti. È una di quelle signore sulla quarantina che spesso incontri nelle palestre: italiano senza nessuna cadenza dialettica, voce profonda e sottile, sguardo malizioso, carriera esemplare, fisico sinuoso, lineamenti estremamente maturi, espressioni accattivanti anche se devono solo chiederti dov’è il bagno, giusto per vedersi sbavare dietro da qualche ragazzino. Questa donna però ha qualcosa di diverso, non è niente di tutto ciò che solitamente ti aspetti in situazioni del genere. Quelle movenze sono tutt’altro che ammalianti, oserei definirle timide, un corpo degno della regina delle pin-up e quelle mani con le pelli mangiucchiate che provano a sistemare nevroticamente le parole che in preda al panico volano a destra e a sinistra; ma la cosa che più di qualsiasi discorso mi ha parlato di lei è stato il suo sguardo.
Quegli occhi verde acceso che perdono saturazione mano a mano che le sopracciglia si incurvano, quasi a volerli abbracciare.. Quella conversazione che sta avendo al telefono deve averle tolto almeno tre, se non quattro anni di vita! Due pupille troppo familiari per non collegarle subito al cartoncino corrispondente, tipo Memory: la mia ex.
La più costante espressione della finta sicurezza di essere che possa esistere sulla terra, ecco, quelli erano i suoi occhi; occhi della tigre per tutti, occhi di chi ha tanto da dare e poco da dire per me. In realtà non riesco a trovare una scusa plausibile quando gli altri mi domandano il perché della nostra separazione; alla fine eravamo così legati nell’anima che quando ci siamo sentiti una cosa sola non sapevamo più chi diavolo fossimo. Però è così forte quell’alchimia che non ti va mai di arrenderti. È un po’ come quando guardi i giocattoli e non ti va di buttarli, perché sai che ognuno di loro ha un suo perché, ognuno di loro si porta con sé una storia; allo stesso modo non ti scende giù di buttare nel baule giorni e giorni di vita che ti hanno reso quello che sei, ed è così che inizia l’effetto domino sugli anni della vita: ogni giorno abbatti quello successivo provando a sbirciare dalla serratura cosa ti offrirà.
Però le scelte sono un po’ come le scommesse alla Snai, spesso nessuno ti appoggia, ti prendono addirittura per pazzo e rimangono affascinati se giochi nonostante la tua quota sia alle stelle, ed è proprio quando sei lì da solo a combattere per qualcosa di tuo che non ti resta nient’altro se non te stesso. Allora ti accorgerai che tu sei il tuo migliore amico.
Un’altra ora è andata via, l’orologio con quel suo dannatissimo allarme che scatta ad ogni ora che passa mi ha quasi spaventato, ho sporcato le mie Nike nuove per colpa di questo aggeggio diabolico. “Poco male” direbbero tanti, le nuove mode impongono l’uso di vecchi vestiti, consumati dal tempo: più sono sporchi più il capo è affascinante... Anche no! Mi sono costate un mese barricato in casa, quasi non ricordavo più come fosse il sole, non vedo perché dovrei essere felice per una disgrazia del genere.
Ricordo che prima che la mia ex mi bacchettasse per il mio modo sciatto di vestire, non mi importava niente di cosa indossassi. Le prime volte che ci vedevamo ricordo che furono le prime volte nelle quali provai a perdere più di ventidue secondi guardando le interiora del mio armadio; per fortuna ho sempre avuto buon gusto in queste cose, ho sempre fatto la mia degna figura. Poi iniziarono comunque ad arrivare le tute, ma mi sentivo altrettanto fiero dei miei progressi.
Certe volte è spaventoso osservare come ogni dettaglio del mondo mi riporti alla mente la mia ex, tant’è che a volte mi capita di prendere il cellulare e di chiamarla, salvo poi riprendere coscienza e combattere col cellulare che non riattacca la chiamata. Non è mai stata negli standard come storia, sarà per questo che sono sempre stato pazzo di lei. Non c’erano nomignoli che feriscono la dignità dell’essere umano, li ho sempre odiati; niente scenate di gelosia, niente musi lunghi, solo vendette degne dei peggiori serial killer; nessuna giornata intera passata al cellulare, niente robe da denuncia per invasione della privacy tipo leggere i messaggi o scambiarsi le password dei propri account di posta. Insomma, roba rara visti i tempi che corrono.
L’ho sempre chiamata “la formica”, e non per dirle che fosse insignificante, anzi. Vederla così piccola, quasi da far tenerezza, e allo stesso tempo così determinata, forte e possessiva ha fatto si che ai miei occhi sia diventata come un’istantanea appuntata nella testa: sono passati mesi eppure ricordo tutto come se fosse oggi.
Lo speaker annuncia la partenza del mio volo, ma non lo prendo, vado via. È aspettandosi qualcosa dal futuro mentre si scappa, mentre la vita ti vive, che diventi povero dentro. Grazie a lei mi sento ricco.
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