Inutile presentarsi, ora che al mondo non si è altro che numeri, visto che sono un comunissimo ragazzo di diciotto anni, che vive dei suoi problemi, delle sue perplessità e delle sue esperienze.
Il tipico adolescente che è convinto di essere un uomo già cresciuto dentro, che ha già capito tutto della vita e vive quel che vive con la sufficienza di un anziano che si accinge a varcare i cancelli dell'Eden. Per gli amici invece sono Davide, un folle che sogna di trasferirsi nella Grande Mela vivendo di musica, spendaccione e con la più brutta malattia che un ragazzo, o uomo che sia, possa avere: le ragazze.
Sono da poco passate le sette del mattino, la nottata è passata abbastanza velocemente, e neanche me ne sono reso conto. Passare la notte con la testa sul cuscino senza chiudere occhio mi fa un brutto effetto, anche se restando lì a fissare il vuoto è come se il bianco del soffitto mi schiarisse le idee. Quella di ieri è stata una giornata particolarmente frenetica, visto che c'era da preparare il San Valentino, tralasciando le prime ore mattutine che se ne vanno in una scuola dove l'ozio è routine. Arrivato il buio a cambiare i colori dei palazzi, è arrivato il buio anche nella mia scatola cranica, cercando qualcuno che mi facesse compagnia mentre nella mia testa c'era un frullatore di pensieri che non mi lasciava pensare manco a dirlo per scherzo. É stato sulla strada del ritorno che ho incontrato un ragazzo di colore, strano, a prima vista sembrava fosse il solito immigrato filippino che porta il cappellino dell'Italia, in cerca di qualcosa da strappare a questa vita che gli ha già rubato tutto. Dopo avermi chiesto alcune indicazioni, mi accorgo che continua ad affiancarmi mentre la bocca si muoveva come se stesse dicendo qualcosa che non riuscivo a seguire leggendo il labbiale, infastidito dal suo alito che sapeva pesantemente di vino e assordato dal mio iPod a tutto volume.
Incuriosito, sposto la mia cuffia destra per provare a sentire cosa avesse da dirmi con tanta frenesia: << É un po' di tempo che ho trovato lavoro alla scuola d'Inglese di piazza Cavour, guadagno bene, sono felice, sono felice! >>, ovviamente ho dovuto parafrasare il tutto, visto che parlava una lingua che mescolava l'Inglese e la sua lingua d'origine all'Italiano. Sembrava non gli importasse di nient altro che del suo lavoro, nonostante l'alcol avesse inibito gran parte delle sue capacità motorie e lo si poteva notare da come non riuscisse a seguire una linea retta camminando, con quelle scarpe di cuoio che ad ogni passo rimbombavano per quei vicoli solitari. A distogliere la mia attenzione da quel ragazzo è stata la vibrazione del telefono, perennemente senza suoneria: comporta troppo stress cercare una canzone che sia in voga, che suoni per farti notare che qualcuno è pronto a buttarti un mondo di problemi addosso. Avevo una vaga idea di chi potesse essere a chiamarmi a quell'ora, ma non essendone sicuro la noia mi aveva già fatto sua preda, quindi con molta calma ho preso il cellulare ed ho controllato quel display che s'illuminava ad intermittenza: era la mia ragazza. Rispondo, cercando di evitare qualsiasi tipo di collegamento al litigio del giorno prima, la voglia di discutere di qualsiasi cosa era praticamente assente dopo aver visto quello sguardo che bruciava dalla gelosia e quel desiderio di possesso che consumava ogni parola che fuoriusciva da quella bocca, la stanchezza fisica assopiva qualsiasi mia abilità di pensiero, per fortuna me la cavo con qualche parola d'affetto ed un saluto veloce. Fondamentalmente conosco Marina da così poco, eppure mi ci sono legato sin dal primo istante, innamorato poco dopo, tanto da lasciarle libero accesso ad ogni cosa che possiedo, cosa che non sono riuscito mai a fare prima d'ora con nessuna, neanche con mia madre.
É stato come se in quell'attimo mi fossi sentito io l'immigrato, che è riuscito a fottere per la prima volta la vita, firmando ogni frame del mio destino partendo da quel punto in poi, facendo di me un artificio di immaginazione e realtà. A volte credo che chi dice che l'età sia solo un dato anagrafico, si trova in errore, perchè in fondo più vivi, più ti rendi conto di quanto possa essere importante una determinata cosa oppure quanto possa essere futile un'altra. Non credo però che per questo motivo si debbano sottovalutare le proprie esperienze, non è detto che un ragazzo di diciotto anni non possa vivere con la stessa profondità un'emozione, un avvenimento, un episodio, tanto quanto viene vissuto da un uomo che inizia ad avere i peli bianchi nella barba.
Mi sento immigrato non solo perchè mi sento felice in un paese di tristi, ma divento tale soprattutto perchè mi sento diverso. Diverso rispetto ad una generazione che pensa solo da che parte schierarsi in un paese che puzza di corruzione e morte, figlia del perbenismo, buonista a livelli catastrofici, se vogliamo parlare di caratteri generali. Generazione che non apprezza più la buona musica, figlia del pop e del suono di plastica, tutti registi di cortometraggi e nessuno che sia in grado di lungimirare per diventare produttore di un colossal, qualcosa che resti impresso ai coetanei ed ugualmente ai posteri, nessuno a cui interessi essere di rito come i film di natale e pasqua, tutti ad inseguire un sogno che ti da tutto e subito e che poi va via sfocando tutto ciò che ti sei lasciato alle spalle.
É buffo come un qualcosa di semplice possa indurti a stoppare per qualche attimo il tuo cammino e poi renderti conto che sei stato fermo da solo come un cretino, a pensare per ore. Al contrario, dopo questa rimembranza, fisso l'orologio e cerco di capire da quanto tempo è che sono lì a rigurgitare gli scarti dei miei pensieri, giusto per dare adito alle mie ipotesi sulla soggettività del tempo, ma mi arrendo presto, meglio lasciar perdere.
"Non mostrare amore, l'amore potrebbe ucciderti", così recitava Adewale Akinnuoye-Agbaje in uno dei tanti film che in questi scorci di vita ho avuto la possibilità di vedere, ma pensandoci, l'amore è l'unica cosa che mi rende umano e mi permette di non essere il robot di tutti i giorni.
La sveglia tuona nel silenzio del mattino, la mia ora d'aria è finita, forse è meglio mettersi a dormire.
domenica 15 febbraio 2009
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...dire che "nn ho parole" sembra troppo scontato, ma fondamentalmente è quello che voglio farti intendere!
RispondiEliminaNon vedo l'ora di leggere... o meglio, di "assistere" al continuo di questa tua nuova esperienza... in bokka al lupo dà! Ti voglio un bene dell'anima... _Valentina_